JoomlaTemplates.me by FatCow Reviews

Le Donne in armi nel Medioevo

“… in su la torre altissima angolare
sovra tutti Clorinda eccelsa appare.
A costei la faretra e ‘l grave incarco
de l’acute quadrella al tergo pende.
Ella già ne le mani ha preso l’arco,
e già lo stral v’ha su la corde e ‘l tende;
e desiosa di ferire, al varco
la bella arciera i suoi nemici attende”
T.Tasso, Gerusalemme Liberata, Cap. XI, 27-28


Donne in armi… da sempre questo argomento alimenta la fantasia di scrittori e di rievocatori, suscitando ai giorni nostri grandi dibattiti a riguardo… Quante volte, all’interno di rispettabili rievocazioni, mi son sentita dire: non puoi partecipare alla battaglia in quanto donna, nemmeno abbigliata in vesti maschili… E allora, spinta dalla sete di conoscenza al fine di comprendere meglio lo scenario medievale, onde poter difendere oggigiorno la mia posizione e la scelta della mia associazione di annoverare tra le proprie fila donne in armi, mi sono documentata e condivido qui quanto appreso in questi anni di ricerche. Voglio con questo mio scritto replicare a quanti oggi nell’ambiente della Rievocazione Storica snobbano il ruolo della donna in armi, relegandola a mera figura di contorno addetta alle masserizie ed al ristoro delle truppe. La presenza di donne guerriere, per quanto molti continuino a negarlo, fu sì una circostanza non frequente, ma che si verificò realmente e come tale risulta storicamente documentata. Partiamo da una premessa necessaria, aprendo il discorso con una dissertazione di natura terminologica: nel medioevo fu in uso il titolo di “Cavaliera” (equitissa, militissa o militis uxor) di cui poteva fregiarsi la donna che sposava un cavaliere. Similmente erano dette “Cavaliere” (sostantivo plurale) le donne che sposavano un “non cavaliere” ,e alle quali era concesso un feudo. In questo caso l’attribuzione della qualifica cavalleresca era fondamentale affinché esse potessero detenere il feudo legalmente. Si ricordi ad esempio il caso di Ermengarde de Toisy (XIII secolo) il cui marito non fu mai cavaliere. In tutti questi casi comunque, il titolo aveva valore meramente onorifico. Ed allora da dove nasce l’immagine della donna guerriera? Risaliamo indietro nel tempo sin all’epoca ancora dei Romani, al II secolo a.c., quando dovendo far fronte ad un’invasione di Cimbri e Teutoni ebbero battaglia presso la località di Aquae Sextie. Le legioni riuscirono a respingere con successo i Barbari invasori e li ricacciarono sin verso il loro accampamento, ove però incontrarono un ostacolo inatteso. Narra infatti Plutarco: “le donne li affrontarono brandendo spade ed asce, e con orrende urla cercavano in tutti i modi di ricacciare indietro inseguiti ed inseguitori: gli ultimi perché nemici, i primi perché vigliacchi. A mani nude strapparono ai romani i loro scudi e ne affrontarono le spade, riuscendo a sopportare anche ferite mutilanti. Alla fine la loro ferocia l’ebbe vinta”. Episodi analoghi, ed ancora più antichi, diedero vita ai grandi miti come quello delle Amazzoni, così che quando Guglielmo di Malmesbury dovette descrivere l’immagine della Contessa Matilde di Canossa, si richiamò proprio ad esse: “(la contessa) dimentica del suo sesso, e non impari alle antiche Amazzoni, guidava in battaglia schiere corazzate di uomini”. (cit. da Gesta Regum Anglorum). Lo stesso Marco Polo, nella sua cronaca in cui in modo molto variegato abbina eventi e descrizioni storiche con racconti tratti da dicerie e tradizioni popolari, non manca di tramandarci la figura di una donna guerriera: la figlia del re turco Caidu “…la quale era chiamata in tartaresco Aigiarne, cioè viene a dire in latino “Lucente Luna”. Questa donzella era così forte che non si trovava persona che vincere la potesse in veruna pruova. E vo’ che sappiate che lo re Caidu si menò questa figlia in più battaglie. E quando ella era a le battaglie, ella si gittava tra li nemici sì fieramente, che non era cavaliere sì ardito né sì forte ch’ella nol pigliasse per forsa; e menavalo via, e facea molte prodesse d’arme”. Ma andando al di là delle mere invenzioni narrative e delle tradizioni leggendarie, in un panorama come quello Medievale, così ricco di fonti che amalgamo insieme reale e immaginario, diventa lecito chiedersi: ma le donne nel corso del Medioevo, parteciparono veramente ad episodi di guerra e di combattimento? Può essere significativo citare le leggi del longobardo Liutprando (VIII secolo), emesse a fronte di un evento molto particolare: “ci è stato riferito che un paio di cattivi soggetti non hanno osato penetrare essi stessi con le armi in un villaggio straniero e nelle case per timore delle pene previste nel vecchio libro delle leggi. Allora costoro hanno radunato tutte le loro donne, libere e schiave, e le hanno mandate a combattere contro persone di minor valore guerresco. Le donne hanno dunque assalito gli abitanti di quella località ferendoli e compiendo dovunque violenze, con maggior crudeltà degli uomini stessi”. In conseguenza a questo fatto re Liutprando fu costretto a modificare la legge (poiché non prevedeva reati simili) disponendo che le responsabili di atti analoghi fossero da quel momento in poi sottoposte alla gogna e punite con ferite e bastonature, o addirittura uccise; si prevede inoltre che le ree fossero sottoposte alla tonsura dei capelli e frustate in giro per i villaggi circostanti. Il fatto che tali atti non fossero contemplati come imputabili alle donne fa parte del normale pensiero dell’uomo medievale. Esplicativo quanto accadde alla Terza Crociata (1187/1197): a molti uomini che scelsero di non unirsi all’impresa vennero recapitate lane e rocche per filare, in segno di derisione e di disprezzo, mettendo in contrasto l’attività militare con gli strumenti del lavoro femminile. Ecco però che sempre in merito alla Terza Crociata, esiste testimonianza di una bolla promulgata da Papa Clemente III nel 1189 nella quale veniva espressamente fatto divieto alle donne di indossare armi maschili e di combattere. Dunque, partendo dal presupposto che tutte le leggi che proibiscono un comportamento sono la prova che questi comportamenti vengono messi in essere da più individui e per un lasso di tempo ragionevolmente lungo, vuol dire che il fenomeno delle donne in armi maschili e combattenti era abbastanza diffuso, tanto da far preoccupare la Chiesa. Quindi donne combattenti sono esistite? Cerchiamo di rispondere con documenti storici realmente esistenti… Molto esplicite e di facile reperibilità le notizie riguardanti donne di nobile famiglia. Nel 1081 la principessa Sichelgaita, indossando una elegante armatura, prese parte all’assedio di Durazzo, radunò gli uomini del marito e inseguì i nemici brandendo la lancia; e ancora Richilde di Hainaut che venne presa prigioniera durante la battaglia di Cassel nel 1071 (Barbari, predoni e infedeli: la guerra nel medioevo – A. Santosuosso – professore emerito di storia all’Università del Western Ontario). Oderico da Vitale ricorda una certa Elvise contessa di Evreux (XII secolo) che guerreggiava in mezzo ad uomini, armata parimenti a loro, dimostrando altrettanto ardore dei cavalieri. Lo storico greco Niceforo ricorda invece la “dama dagli speroni d’oro” Eleonora d’Aquitania mentre guida un gruppo di donne in armi (circa 300) partecipanti alla crociata tra le armate dei franchi: “V’erano fra di loro numerose donne, che cavalcavano come gli uomini, vestite con costumi maschili, con lance e armi, spudoratamente a cavalcioni su cavalli, come gli uomini. Una per gli ori che le ornavano le vesti, spiccava tra di loro”. La già citata Matilde di Canossa, sapeva cavalcare e combattere con lancia e spada come un uomo. In diverse occasioni guidò i suoi armati, conducendo con successo ben studiati attacchi a sorpresa contro accampamenti nemici. La stessa Beatrice di Borgogna, moglie dell’imperatore Federico Barbarossa, era un’eccellente cavallerizza, e all’occorrenza anche una buon schermitrice. La contessa Jeanne de Monfort si trovò impegnata nelle battaglie bretoni durante la guerra dei Cent’Anni: “armata di tutto punto, montata su un buon corsiero, la nobildonna teneva una lancia molto rigida e ben tagliente e con quella combatteva molto bene e con gran coraggio” (J. Froissart). Non da meno fu dama Nicola, erede del castello di Lincoln, che s’impegnò direttamente nell’arte militare per meglio difendere il proprio feudo dalle milizie del principe Luigi di Francia. Tra le donne piemontesi, si deve citare Riccarda Visconti, nonna di Tommaso III Marchese di Saluzzo (XIV secolo) che scriveva di come ella avesse dato prova di spietatezza in guerra, mentre il di lei marito languiva in prigione. (A. Santosuosso) Dallo stesso autore si apprende anche di Suor Julienne de Guesclin, sorella del conestabile, che durante l’assalto tentato da Thomas Felton al castello di Pontorson nel 1363, ella accorse sulle mura per rovesciare le scale dei nemici appoggiate alle mura. Tale episodio è anche annoverato tra le leggende del Contamine. Econclude dicendo “non deve sorprendere che una donna di nobile famiglia fosse in grado di combattere in certe situazioni. Considerando l’ambiente nel quale era nata, è probabile infatti che potesse essere istruita nel combattere a cavallo e nel maneggiare la spada e la lancia”. Una dissertazione un po’ più particolareggiata merita il caso più noto, quello di Giovanna d’Arco, la pulzella di Orleans, che era di umilissime origini. Della sua vita e delle sue esperienze in campo militare ci sono pervenute moltissime e particolareggiate testimonianze, sicché oggi sappiamo che ella vestì l’armatura al pari dei Cavalieri maschi, e ne conosciamo anche l’esatto costo: 100 franchi tornesi pagati per lei dal tesoriere reale. Il duca di Alençon, nei suoi scritti, narra di una ragazza capace di ben destreggiarsi nell’uso della lancia a cavallo: “Giovanna corse con la lancia, e io, vedevo Giovanna comportarsi così, portare la lancia e maneggiare la lancia, le diedi un cavallo”. Il Journal edu Siège d’Orleans ci riferisce: “ella si comportava tanto apertamente, in ogni occasione, come avrebbe potuto fare un uomo d’arme, che fa la guerra fin dalla sua giovinezza”; e narrando un episodio dell’assedio: “la Pulzella e La Hire (Etienne de Vignolles detto La Hire, guascone, capitano e combattente, fu uno dei primi sostenitori di Giovanna e divenne uno dei suoi compagni più fedeli), passarono tutti e due, ognuno col cavallo, su di un battello dall’altra sponda di quell’isola, e qui salirono sui cavalli non appena misero piede a terra ognuno con la sua lancia in mano. E quando videro i nemici che uscivano dalla bastia per correre contro la loro gente, subito la Pulzella e La Hire, che era sempre davanti ad essa per salvaguardarla, abbassarono la loro lancia e per primi iniziarono a colpire sui nemici in modo tale che, a forza, li costrinsero a ritirarsi”. Giovanna, come si apprende dalla sua stessa testimonianza, al momento di andare all’assalto prediligeva prendere in mano il suo stendardo “per evitare di uccidere qualcuno”, e interrogata, afferma di non avere mai ucciso alcuno dei suoi nemici (atti del processo su Giovanna d’Arco). Non per questo la Pulzella giocava un ruolo defilato nelle battaglie, anzi, si avventurava in prima persona nel cuore della mischia trascinando i suoi uomini all’assalto: sotto le Tourelles (fortificazione in mano agli inglesi a presidio del ponte di Orleans) fu colpita da una freccia sopra il seno, nell’assalto a Jargeau, mentre saliva su una scala con il suo stendardo in mano, fu colpita da una pietra sull’elmo, durante l’assedio di Parigi, mentre si trovava nel fossato, un colpo di balestra le trafisse la coscia. Fu sempre lei, durante l’attacco alla piazzaforte di Saint-Pierre-le Moutier, a restare a combattere con un manipolo di uomini, mentre le sue truppe si ritiravano: Jean d’Aulon accorse a cavallo per portarla via da quella situazione disperata, ma Giovanna, ostinata a non arretrare, con il suo esempio e con il suo incitamento riuscì a riordinare le fila dei suoi soldati che ritornarono sotto le mura e, con pochi assalti, conquistarono la fortezza nemica. Dunque una donna capace di affrontare sulla propria pelle tutti i rischi della vita di un soldato, molto più di un mero simbolo portato in battaglia solo per incoraggiare le armate, come invece alcuni hanno voluto immaginarla. Altre testimonianze di donne in armi ci sono pervenuti a riguardo di alcune importati figure femminili: Urraca, regina di Aragona, reggente di Leon e Castiglia dal 1094 succedendo al marito, trascorse ben 13 anni della sua vita in battaglia assieme al secondo marito e difendendo i diritti di successione del proprio figlio. La duchessa Gaita di Lombardia, mori nel 1090. Fu un soldato che andava in battaglia a fianco del marito, mercenario normanno, indossando l’armatura completa. Alrude, contessa di Bertinoro (Forlì) impugnò le armi per sedare una rivolta ad Ancona nel 1172. La regina Tamara di Georgia, incoronata nel 1178, pianificava i piani di battaglia, si occupava dell’armamento delle truppe e guidava gli eserciti come un moderno generale. Petronilla, contessa di Leicester, prese parte insieme al marito alla ribelione contro Henry II nel 1173. Secondo gli scritti di Jordan Fantosme “era vestita con usbergo e portava spada e scudo”. Jeanne de Danpierre, contessa di Montofort (1300 – 1374), durante la difesa di Hennebont indossò un’armatura, cavalcò un cavallo da guerra e pianificò la difesa del cstello osservando il nemico dalle mura, mobilitò i cittadini per difendere mura utilizzando proiettili di fortuna. Irruppe fuori le mura alla testa di 300 cavalieri e sbaragliò il nemico. Marzia degli Ubaldini in Ordelaffi da Forlì, nipote di Maghinardo Pagani, si fece onore in battaglia guidando l’ultima resistenza della rocca di Cesena contro le truppe papaline del Cardinale Albornoz (1357). Agnes Hotot (fine XIV secolo): sullo stemma della famiglia Dudley è raffigurata una donna in elmo da guerra e capelli sciolti. È la commemorazione di un campione… donna. Il padre di Agnes Hotot, del casto dei Dudley, per dirime una questione d’onore aveva acconsentito ad un duello di lancia. All’ora fissata per il duello, il padre di Agnes, già reduce di un precedente scontro e gravemente ferito, cadde ammalato. Agnes, per vendicarlo, si mise un elmo, celò la propria femminilità, montò il cavallo del padre ed andò al campo del torneo. Al termine di un duro scontro, Agnes riuscì a disarcionare l’avversario. Quando lui fu in terra, Agnes si tolse l’elmo e si mostrò per quello che era, umiliando il suo avversario perché sconfitto e per giunta da una donna. A parte i casi citati, che, come detto, si riferiscono a nobildonne o personaggi famosi (e ce ne sarebbero ancora molte), restano per lo più ignoti i nomi delle tante donne che spesso dovettero porre mano alle armi per poter difendere, la casa, i figli e la loro stessa vita. Ci sono però ancora testimonianze di gruppi di donne che imbracciarono le armi e passarono alla storia con il loro coraggio. Ad esempio il monaco Goffredo Malaterra nel suo “De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi Ducis fratris eius” (libro II – 1098) ci narra che mentre il conte Ruggero si apprestava ad assaltare la città di Messina, ormai priva di forze militari, i pochi cittadini rimasti insieme alle loro donne, accorsero armati alla difesa delle torri e dei bastioni costringendo i normanni a desistere. Amato da Montecassino, nella sua “Storia dei Normanni” (composta tra il 1082 e il 1085) ricorda Gisolfo, principe di Salerno, il quale, catturato con l’inganno suo zio Guido che controllava la rocca della città, lo trascina prigioniero davanti le mura per indurre la zia ad aprire le porte: “la saggia donna, dal forte animo, stava sulle mura: e si combatte ed ella incoraggia i suoi a combattere”. E come non ricordare poi uno dei più singolari episodi della storia della Cavalleria Spagnola, quello delle donne di Tortosa ( Catalogna) che nel 1149 si trovarono, in assenza di uomini, ad affrontare un’invasione saracena. Armate di scuri, mazze, e tanto coraggio, respinsero gli strabiliati assalitori. Tale loro impresa venne premiata dal Conte Raimondo Beringhieri di Barcellona, che in loro onore istituì l’ordine delle Dame della Scure, riservando ad esse numerosi privilegi, quali la precedenza sugli uomini in ogni cerimonia, l’esenzione dalle tasse, diritti patrimoniali di vario genere sui beni dei mariti. Analogo riconoscimento venne attribuito, sempre per gesta valorose compiute in occasione di un assedio, alle donne di Beauvais (1472 – Carlo il Temerario in lotta con Luigi XI assediò la città tra il 27 giugno e il 22 luglio 1472) in cui si distinse Jeanne Lainé, detta Jeanne Hachette (accetta, scure) che guidòun gruppo di semplici cittadine armate con asce, in un’uscita contro i nemici che vennero così cacciati dalle mura cittadine. Lo stendardo dei Borgognoni fu preso e il duca di Borgogna rinunciò all’assedio. Altro episodio famoso è quello delle donne di Gallipoli (1305) che coperte da solide armature si unirono agli uomini nella difesa della fortezza, resistendo vittoriosamente contro un attacco in forze dei balestrieri genovesi. Ecco il racconto del cronista catalano Raimondo Muntaner: “(i genovesi) fecero piovere su di noi un nembo di dardi che coprivano il cielo, e durarono sino a nona, sicché tutto il castello n’era pieno. -…- (una delle donne che gettava sassi dalle mura) sfregiata nel viso da cinque dardi, continuò a combattere come se non fosse stata toccata” e dopo mezzogiorno gli attaccanti rimasero senza munizioni, e così gli uomini e le donne di Gallipoli rimasti indenni poterono finalmente slacciarsi le armature che, per il caldo di luglio, riuscivano insopportabili. Dietro la protezione delle mura, le differenze tra uomini e donne diventavano praticamente irrilevanti: combattevano tutti per difendere la propria casa. Il teologo e storico Guibert de Nogent nel descrivere l’assedio posto dal re di Francia ad un castellano ribelle, tale Alerano, ricorda che quest’ultimo “molto esperto… innalzò di contro agli assedianti due petriere, e schierò quasi ottanta donne che aveva destinato a lanciare sassi”. Analogamente la canzone della crociata contro gli Albigesi ricorda (dandola come cosa ovvia) la mobilitazione della popolazione femminile nelle città assediate “una petriera che fece un carpentiere … e la tiravan donne, fanciulle e maritate” (Chanson de la Croisade Albigeoise); e proprio una petriera manovrata dalle donne di Tolosa uccise nel giugno 1218 il comandante stesso della Crociata contro gli Albigesi, Simone IV detto il Forte, sire di Montfort: “la pietra cadde direttamente dove occorreva; essa colpì il conte sull’elmo d’acciaio così fortemente che gli spezzo gli occhi, il cervello, i denti di sopra, la fronte, e le mascelle; il conte cadde a terra molto insanguinato e livido”. Ancora donne in armi nel 1306, quando le truppe del Comune di Vercelli e del Vescovo Raniero stringono d’assedio gli Apostolici di Dolcino asserragliati sui campi fortificati del monte Rubello (Biella) e delle cime circostanti. L’anonimo commentatore narra che “a queste azioni (saccheggio e aggressione) erano pronte e forti allo stesso modo tanto le donne quanto gli uomini, anzi molto spesso le donne portavano vestiti ed armi virili, affinchè il loro esercito apparisse più consistente e quindi più temibile”; e aggiunge “le Gazzarine (Gazzari è il nome con cui il commentatore anonimo chiama i seguaci di Dolcino) ispiravano ira marziale e ferocia tigresca e armate in guerra anch’elleno correvano furibonde alla preda ed al massacro”. (anonimo Sincrono – Historia Fratris Dulcini Heresiarche). Una simile leggenda, cioè di schierare le donne in battaglia affinché l’esercito apparisse più grosso, potrebbe essere alla base della curiosa leggenda che è all’origine del nome dei “Longobardi”. Racconta infatti Paolo Diacono che, impiegati in una contesa con i Visigoti, i Winili si recarono al cospetto del dio Godan per ottenerne i favori. Le donne dei Winili si mischiarono ai loro soldati raccogliendosi sul viso i capelli sciolti come fossero delle barbe, ed il dio vedendoli si chiese “Chi sono codesti lunghebarbe?” da cui il nome Longobardi. Ma questa è solo leggenda… Nell’annuario Reale militare inglese appare una chiamata alle armi del 1457: tra i 174 nomi di coloro che vengono richiamati, 5 sono donne. Alis Hammel ha il proprio giaco, spada e boccoliere, arco e frecce. Alis Gare ha un arco ed una corazza a piastre. “Confeder Wife ha arco, frecce, spada e scudo. Margaret Athyn e Sally Pens non hanno un equipaggiamento elencato, come oltre il 39% degli altri componenti della lista. Georges Duby ricorda le borghesi di Drincourt: “in quella borgata i cavalieri francesi erano alle prese con i cavalieri normanni, quando i normanni presero il sopravvento; queste donne allora, seguirono i mariti che uscivano dalle case ed inseguirono i francesi in ritirata armate di clave, di bastoni e di asce” . Infine Francesco Petrarca nella sua lettera del 23 novembre 1343 indirizzata al Cardinale Francesco Colonna scrive: “il fatto più rilevante riguarda una meravigliosa donna di Pozzuoli, forte nel corpo e nell’anima, il suo merito più grande è senz’altro nel fatto che si sia mantenuta vergine pur vivendo a stretto contatto con uomini d’arme; si dice anzi che i soldati evitassero di assaltarla anche solo per scherzo, trattenuti dal timore di lei più che dal rispetto che si deve ad una donna. Infatti Maria si veste da guerriero e non da fanciulla; ha una forza paragonabile a quella di un veterano; non si occupa di tele, di aghi, di specchi, ma di frecce, di archi e di lance; sul suo volto non ha i segni di amorosi baci o dei denti lascivi di amatori, ma di ferite conseguite in battaglia; valorosamente disprezza la morte. Coi suoi vicini è in guerra da anni, una guerra che ha fatto molti morti da entrambe le parti. Ha combattuto spesso da sola o in compagnia di pochi altri, ma per ora è sempre uscita vincitrice di ogni scontro. Si scaglia furiosa nella mischia della battaglia, parte alla carica, assalta il nemico con coraggio, con astuzia prepara le imboscate. Sopporta con incredibile pazienza la fame, la sete, il freddo e il caldo, il sonno e la stanchezza. Giorno e notte, instancabile, veste l’armatura e riposa le sue membra sul letto o sullo scudo come fosse un letto. Per quelle continue fatiche in poco tempo mutò il suo aspetto. Io l’avevo incontrata anni prima ancor fanciulla ma oggi, quando si è fatta innanzi e mi ha salutato, bardata da guerra e al comando di un manipolo di soldati, ne sono rimasto sbalordito. Poi sotto quell’elmo ho riconosciuto la sua femminilità.” La presenza di donne sui campi di battaglia risulta dunque abbondantemente documentata, specie nelle cronache delle crociate. Ad esempio alla spedizione popolare condotta da Pietro l’Eremita, si associarono persone di tutti i tipi tra le quali, come narra il cronista “donne pudiche ed impudiche decise a far le pellegrine in armi e in vesti maschili”. Ma se non ci bastano le fonti europee a riguardo, ecco che molte ed importanti testimonianze di donne in armi ci vengono da tre storici arabi, che assistettero alle vicende dell’assedio di Acri da parte di Riccardo Cuor di Leone, durante la Terza Crociata (1191). Lo storico Bahà ad-Din (1145 – 12634) così ricorda una combattente dello schieramento cristiano: “…di là dal parapetto del nemico c’era una donna vestita di un manto verde, che non cessò dal saettarci con un arco di legno, sì da ferire molti di noi, finché fu sopraffatta ed uccisa. Le fu preso l’arco e portato al Sultano, che mostrò profonda meraviglia del fatto”. L’arco, del resto, è un’arma che mantiene ottima efficacia anche nelle mani di una donna. Ad esempio all’epoca di Gengis Khan (1167-1227) presso le tribù mongole, le donne erano esperte cavallerizze esattamente come gli uomini, ed erano addestrate nel tiro con l’arco. Il cronista ‘Imàd ad-din (1125-1201) che fu segretario di Norandino e di Saladino riferisce espressamente “tra i franchi vi sono infatti delle donne cavaliere, con corazze ed elmi, vestite in abito virile, che uscivano a battaglia nel fitto della mischia, e agivano come gli uomini d’intelletto, di tenere donne che erano, ritenendo tutto ciò un’opera pia… il giorno della battaglia spuntò di loro più di una donna, che si modellava sui cavalieri ed aveva virile durezza nonostante la debolezza (del suo sesso) di null’altro rivestite che di cotte di maglia, non furon riconosciute”, molte di queste donne soccombettero negli scontri, altre catturate, come narra il cronista “furono scoperte e vendute come schiave”. Notizie identiche sono riportate da Ibn al-athir (1160-1233) che così racconta: “(i Franchi) si raccolsero in gran numero, fino alle donne: c’era infatti con loro ad Acri un certo numero di donne, che sfidavano a singolar tenzone i cavalieri nemici…”; e ancora, parlando di alcuni cavalieri franchi uccisi e catturati nel corso di uno scontro: “… tra i prigionieri ci furono tre donne franche, che combattevano a cavallo, e catturate e tolta loro l’armatura furono riconosciute per donne”. A distanza di alcuni secoli da questi eventi, il maestro e teorico della scherma, il tedesco Hans Talhoffer, incluse nel suo manuale di combattimento (1467) una serie di tavole illustrate in cui si mostrano tecniche di lotta da applicare nel duello giudiziale tra un uomo ed una donna, nel caso in cui la donna non avesse un proprio campione a difenderla. In questo caso alla donna viene riconosciuta una posizione di vantaggio (essa duella infatti in piedi contro un uomo costretto in una buca sino alla vita), ma l’autore non le nega comunque il ruolo di combattente. Anche quando non combattevano in prima persona, comunque le donne furono sempre presenti al fianco dei soldati, pronte a rischiare la vita per assisterli. Un esempio per tutti è quello della battagli di Dorileo durante la Prima Crociata, quando le donne per portare acqua ai propri soldati si sottoposero esse stesse alla pioggia incessante di frecce dei turchi. Tale loro eroico comportamento non passò inosservato, in questa come in altre battaglie, e venne ricordato anche nelle canzoni assieme alle gesta dei soldati: “Imponente è l’assalto, impetuosa la carica, e sia dentro che fuori muoiono tra i supplizi. Ci son lì le dame, a maniche ravvolte, e non ce n’è una sola che non si sia degnata di raccorciar la gonna fin sotto le ginocchia. Tutte portano acqua – fu questa grande astuzia – e alcune hanno riempito la manica di pietre. Ognuna alza la voce quanto può per gridare “chi ha bisogno di acqua, per Dio, che ce lo dica! Ne avrà ben volentieri nel nome di Maria!” (La Chanson de Jerusalem). Tutte donne rimaste anonime, come quella che nel 1382 portava la bandiera dei Fiamminghi sul campo di battaglia e lì venne uccisa; come la Frisona che nel 1396 vestita di drappo azzurro come folle ed arrabbiata, si lanciò in prima fila sfidando i nemici e cadde trapassata di frecce; o come quella che fu colpita da una freccia sotto le mura di Acri mentre riempiva il fossato di fascine, e spirando pregò i soldati di gettare anche il suo corpo giù dalle mura in modo che potesse finire il lavoro che aveva iniziato. Tutte donne comuni, ma dotate di un coraggio e di una fermezza che forse oggi mancherebbe a molti uomini. A questo punto mi permetto alcune domande che mi sono sorte man mano che leggevo e scoprivo questi documenti:
1. Come può una donna indossare l’armatura e cavalcare come un uomo e parimenti combattere senza avere ricevuto un adeguato addestramento?

2. Come può una donna del Medioevo essere in possesso di un equipaggiamento che era quasi esclusivo appannaggio della classe dei Cavalieri?

3. E come avevano potuto, queste donne, acquistare questi equipaggiamenti, che erano fatti su misura?

4. Come mai i cavalieri franchi (per quanto concerne le cronache delle crociate), rigidamente esclusivisti riguardo alle proprie prerogative di appartenenza ad una ristretta elite, avevano permesso a queste donne di cavalcare alla pari in mezzo a loro?
A voi, l’ardua risposta: il dibattito è aperto.

 


Scritto e curato da
Irene Scacchi